Cosa resta

 

[Ieri ho letto il post di Sed e devo dire che ha fatto un riassunto dei sentimenti che provo (da anni) riguardo al mondo politico.  Diz]

Cosa resta? Speriamo non l’idea di declino come da copertina di  Der Spiegel appena l’estate scorsa. Men che meno i sorrisi d’intesa di governanti che, se non ci fosse stato lui a coprire tutta la gamma dell’impresentabilità istituzionale,avrebbero avuto ben poco da ridere.

 Tuttavia  i lasciti berlusconiani, consistenti e ben distribuiti, oltre la nostra dubbia reputazione sul piano internazionale , comprendono il modo d’intendere la Politica ma anche lo stile di vita,le relazioni umane,il linguaggio.Ci vorranno anni per bonificare, seminare,far crescere una nuova cultura e non è nemmeno detto che ci si riesca,avendo avuto Berlusconi l’abilità di intercettare ed incarnare i nostri istinti peggiori,quelli di cui prima ci vergognavamo e oggi non più.

 Non a caso c’è chi già teorizza di irritualità liberatoria, gesti volgari, cene eleganti come segnale di discontinuità rispetto alle grisaglie e alle atmosfere curiali e vedovili (copyright Sorrentino) della politica  d’antàn. La pretesa rivoluzione liberale ridotta ad un fatto di costume :un calcio alle istituzioni e uno alle buone maniere ( ma egualmente grazie di cuore, reduci convenuti al Teatro Manzoni, i vostri apprezzamenti al passato prossimo, i toni ora stentorei, ora preoccupati, ora commossi anticipano l’ ufficio funebre alla cattiva politica).

 E se sarà difficile mettere da parte quel sistema di valori così come furono elencati dalla signora De Nicolò nella nota intervista-manifesto resa al programma Ultima Parola, non altrettanto sarà per il recupero di regole e comportamenti che consentano alla Politica di tornare in campo da protagonista. E’ bastata l’iniziativa del Presidente Napolitano a rimettere in moto un dibattito stanco e avvitato su se stesso,è bastata l’idea di sottrazione del Capo a stimolare una  vera disputa  – seppure a suon di insulti – nel partito di plastica, e un’assunzione di piena responsabilità nelle altre compagini.Non che  risalire la china sia impresa da poco, ma da qualche giorno, è tornata la sensazione di essere sulla strada giusta.Per questo ogni manifestazione di entusiasmo, è lecita e giustificata.Non è certo con i Quaresimali che si rimuovono i problemi.

Col resto faremo i conti nel corso del tempo, poichè i veri cambiamenti li realizzano i popoli, non i governi.Dunque tocca anche a noi, differenziando il pattume,riprenderci ciò di cui siamo stati privati.

fonte : http://courtbouillon.it

Il senso del manifestare

Dopo il 15 ottobre mi sono chiesto se valesse la pena manifestare. Se avesse un senso. Se potesse portare da qualche parte, con i politici arroccati lassù nei loro palazzi, a discutere faccende distanti dalla gente, e i violenti quaggiù a screditare l’idea di futuro di queste migliaia di persone pacifiche e convinte, la loro voglia di cambiamento, le loro speranze in un mondo (anche solo un poco) migliore di questo.

C’ho pensato su, c’ho scritto qualche post, e in questa settimana ho risposto a molti commenti che mi hanno fatto riflettere su quanto sia inutile manifestare, ma nel contempo di quanto invece sia utile farlo. È inutile nella misura in cui la politica è sorda alle istanze della piazza, perché la politica è autoreferenziale, perché la politica ha orecchie solo per le proprie urgenze, nell’assoluta e incondizionata tutela di se stessa, tanto che del popolo gli frega fintanto che deve mettere una X su una scheda.

È inutile manifestare perché non è così che si può pensare che questa società cambi. Una volta poteva funzionare in quanto la società aveva divisioni nette. Una volta i “proletari” erano gli schiavi dei “padroni” che producevano per i “borghesi”. In questa triade, i proletari nella loro protesta non avevano niente da perdere perché non avevano niente. La loro protesta poteva essere vera e radicale, perché si fondava sul riconoscimento di diritti fondamentali e non finiva dentro un paradossale corto circuito economico-sociale.

Oggi quella distinzione non esiste più, e gli schiavi di oggi, ovvero operai e impiegati, producono non per altri, ma per se stessi. Ed è soprattutto sotto questo aspetto che le strade della protesta sono cambiate. Per questo come dicevo qualche giorno fa dalle mie parti, l’opposizione finisce per ritorcersi contro i manifestanti stessi, perché è – di fatto – protesta contro un sistema di cui i manifestanti – contrariamente a quanto succedeva all’epoca del “proletariato” – sono ormai parte integrante.

Per questo sono convinto che il cambiamento del sistema potrà essere iniziato solo dal basso. E la politica vi si dovrà adeguare. La rivoluzione, pacifica, silenziosa, dovrà cominciare dai singoli, dagli individui, con l’adozione di una nuova mentalità, con la maturazione di una nuova consapevolezza condivisa, che porti a fare proprio un nuovo stile di vita, più vicino all’essere che all’avere, non solo come le solite belle parole, ma come autentico modo di essere. Per questo sono giunto alla conclusione che manifestare è utile. Perché da un lato serve a rafforzare l’autoconsapevolezza del movimento stesso e dei suoi membri, aiutandone lo sviluppo di una reale maturazione, dall’altro serve a dimostrare, a chi ancora non l’ha capito, che c’è una consapevolezza nuova che comincia ad aggirarsi nelle coscienze. Ed è qualcosa di importante.

Per questo manifestare non è solo piazza. Ma è anche blog, bar, scuola, ufficio, famiglia, palestra, ovunque si possa far confronto, discussione, opinione – in una parola – diffusione di una cultura nuova. Cultura ed esempio. Sono queste le uniche armi che possiamo mettere in campo per provare a cambiare questo sistema, prima che sia il sistema a cambiare noi.

Il grande marziano

Ho capito

Ho
capito che siamo tutti pronti ad essere i primi impigliati nella rete della
Legge Reale bis. Per intenderci, quella che autorizza a perquisire casa tua,
solo perchè una volta hai detto che El Pueblo, forse, è Unido, perchè hai un
casco, o perchè, come ha detto un impiegato sessantenne al mio cospetto, “tu sei
uno di quelli che appoggia i black notes”.

Ho
capito che è ora di andare oltre queste proteste. Camminare sotto i palazzi del
potere non fa più paura a queste Marie Antoniette col cerone, il viagra nel
taschino, la 50 arrotolata, “s’ils
n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”.

D’altro
canto, ho capito che restare fermi, immobili, in attesa che accada qualcosa, non
ci porta in alcun luogo.

Omissione
di rivoluzione.

Perchè
fin ad ora, l’è stato tutto sbagliato. Ancora una volta abbiamo assistito
all’etichettatura dei collettivi, del movimento dei movimenti, fatto di
girotondini, no tav, no ponte, no stipsi, popolo viola, agenderosse, bollini
blu, cinquestelle, quattro gatti, due palle.

Seicento
portavoce, 902 punti di vista differenti, un miliardo di distinguo. E mentre si
litiga sul colore dello striscione, se gli abortisti si possano affiancare agli
scout, se i laici stoici debbano sfilare o meno con i missionari comboniani,
cantando bandiera rossa, Fossati o Cionfoli, mi sono accorto che la piazza non è
più il luogo adatto a far sentire la nostra voce. Perchè la piazza è strumento
di rottura che non fa opinione. Fine a sè stessa. Troppo aperta a
strumentalizzazioni, inquinamenti, clichè. Colorata, trascinante, ma efficace a
centrare l’obiettivo quanto una pubblicità progresso contro la droga riesce a
far smettere di fumare un ventenne di San Lorenzo.

Quattro
referendum sono passati per merito di semplici cittadini, che non hanno
incendiato una Volvo per far capire il valore di un bene pubblico, né lanciato
una transenna per motivare il no alla centrale nucleare vicina al Baby Club La
Sirenetta. Né, tantomeno, grazie all’impegno dei partiti politici.

Si
lotta contro un potere che condiziona anche l’informazione.

Bisogna,
giocoforza, trovare altre strade.

Io
parto dal 16 ottobre.

Ho
capito.

Ettore

«Non c’è fretta»

La mia testa funziona così, per immagini

e il 16 ottobre si è svegliata così, con un cerchio.

Era la storia di questo paese, degli ultimi 60 anni che si ripropongono

da un certo punto in avanti, neanche con facce tanto diverse negli ultimi 20.

Come se una mano nascosta avesse puntato un compasso e le generazioni percorressero questa linea invisibile infinite volte.

E nel momento in cui sembra che tutto possa e debba cambiare

SBAM

succede qualcosa;

il compasso mantiene il centro, solleva la punta e ritorna alla partenza.

Spera e sogna, la società migliore, di evolvere e cambiare traiettoria, ma

se usi lo stesso strumento nello stesso modo, la forma non cambia.

“Non c’è fretta”?

Invece sì.

Questo è il momento di spostarlo il compasso e dare un metaforico calcio in culo ad un sistema di politici, di corporazioni, di economie, di mafie, di favori, di connivenze, di informazione, di lotte

perchè il cerchio diventi una spirale che si apre.

Certo, potrebbe verificarsi l’eventualità che si crei un gorgo, di contro, e che qualcuno non ce la faccia ad uscirne, correndo il rischio di precipitare; beh, se quel qualcuno/qualcosa, vale la pena che si salvi, io sono pronta ad essere la prima a tendergli la mano.

Ma il resto, per me, può finire direttamente nello scarico.

Luce