Il senso del manifestare

Dopo il 15 ottobre mi sono chiesto se valesse la pena manifestare. Se avesse un senso. Se potesse portare da qualche parte, con i politici arroccati lassù nei loro palazzi, a discutere faccende distanti dalla gente, e i violenti quaggiù a screditare l’idea di futuro di queste migliaia di persone pacifiche e convinte, la loro voglia di cambiamento, le loro speranze in un mondo (anche solo un poco) migliore di questo.

C’ho pensato su, c’ho scritto qualche post, e in questa settimana ho risposto a molti commenti che mi hanno fatto riflettere su quanto sia inutile manifestare, ma nel contempo di quanto invece sia utile farlo. È inutile nella misura in cui la politica è sorda alle istanze della piazza, perché la politica è autoreferenziale, perché la politica ha orecchie solo per le proprie urgenze, nell’assoluta e incondizionata tutela di se stessa, tanto che del popolo gli frega fintanto che deve mettere una X su una scheda.

È inutile manifestare perché non è così che si può pensare che questa società cambi. Una volta poteva funzionare in quanto la società aveva divisioni nette. Una volta i “proletari” erano gli schiavi dei “padroni” che producevano per i “borghesi”. In questa triade, i proletari nella loro protesta non avevano niente da perdere perché non avevano niente. La loro protesta poteva essere vera e radicale, perché si fondava sul riconoscimento di diritti fondamentali e non finiva dentro un paradossale corto circuito economico-sociale.

Oggi quella distinzione non esiste più, e gli schiavi di oggi, ovvero operai e impiegati, producono non per altri, ma per se stessi. Ed è soprattutto sotto questo aspetto che le strade della protesta sono cambiate. Per questo come dicevo qualche giorno fa dalle mie parti, l’opposizione finisce per ritorcersi contro i manifestanti stessi, perché è – di fatto – protesta contro un sistema di cui i manifestanti – contrariamente a quanto succedeva all’epoca del “proletariato” – sono ormai parte integrante.

Per questo sono convinto che il cambiamento del sistema potrà essere iniziato solo dal basso. E la politica vi si dovrà adeguare. La rivoluzione, pacifica, silenziosa, dovrà cominciare dai singoli, dagli individui, con l’adozione di una nuova mentalità, con la maturazione di una nuova consapevolezza condivisa, che porti a fare proprio un nuovo stile di vita, più vicino all’essere che all’avere, non solo come le solite belle parole, ma come autentico modo di essere. Per questo sono giunto alla conclusione che manifestare è utile. Perché da un lato serve a rafforzare l’autoconsapevolezza del movimento stesso e dei suoi membri, aiutandone lo sviluppo di una reale maturazione, dall’altro serve a dimostrare, a chi ancora non l’ha capito, che c’è una consapevolezza nuova che comincia ad aggirarsi nelle coscienze. Ed è qualcosa di importante.

Per questo manifestare non è solo piazza. Ma è anche blog, bar, scuola, ufficio, famiglia, palestra, ovunque si possa far confronto, discussione, opinione – in una parola – diffusione di una cultura nuova. Cultura ed esempio. Sono queste le uniche armi che possiamo mettere in campo per provare a cambiare questo sistema, prima che sia il sistema a cambiare noi.

Il grande marziano

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      • ok, marziano, lo capisco. però quando sai che l’arbitro è venduto e che, per quanto corri, scarti, scivoli (so mica bene se fa questo un calciatore), non porterai a casa alcun risultato, un po’ magari ti stufi. e inizi a chiederti se non era meglio starsene a casa a guardare un film.
        voto, nè, voto sempre. anche se da qualche anno mi chiedo cosa lo faccio a fare. forse spero sempre che se completo la tessera elettorale poi mi arrivi qualche premio 🙂

      • ciku, se sai che l’arbitro è venduto e ti fischia tutto contro, tu ci metti dentro ancora più impegno, per riuscire a provare a sfangarla. Anche solo per dire c’ho provato, per il gusto di averci messo del tuo. Se invece te ne vai a casa, nel frattempo la partita continua e il suo risultato fregherà (o premierà) comunque anche te, che sei rimasto in poltrona. Quindi tanto vale giocare. Alla fine magari un set di asciugamani te lo danno… 😉

      • permettetemi…se però insieme a te se ne va tutta la tua squadra, la partita è annullata e magari se gli altri vogliono rigiocare, si deve concertare di trovare un arbitro diverso. Sbaglio?

  1. Votare non mi da più soddisfazione da anni. Però è giusto farlo, i cambiamenti che dovrebbero interessare tutti si ottengono solo lentamente.
    E’ giusto manifestare per le proprie idee ma il potere non è lungimirante e non ti ascolta.
    Poi la massa di colpo a un certo momento si incazza, e fa brutto.
    In democrazia cadono i governi e da altre parti qualcuno ci lascia la testa (e su questo punto qualche bella manifestazione di democrazia “molto diretta” da parte del popolo verso il potere anche in una repubblica non mi dispiacerebbe 😉 perchè contribuirebbe a svegliare i sonnacchiosi eletti) ma tutto porta però il risultato del “gattopardo”: cambiare tutto per non cambiare niente. Quindi il punto è: in quale altro modo incidere nella politica? Io non l’ho ancora capito.

    • E’ il paradosso della sovranità.
      Molti dei più celebri filosofi politici hanno ritenuto che la domanda alla quale essi erano chiamati a rispondere fosse “Chi deve governare?”.
      In realtà una domanda siffatta è fuorviante e finisce col condurre al paradosso sopracitato.
      Il ‘più saggio’ può sempre sostenere, una volta scelto come
      governante, che non deve essere lui a governare ma il ‘più buono’ e questi, a sua volta, può decidere proprio per la sua virtù che a governare deve essere la ‘maggioranza’ e via discorrendo…
      L’elemento decisivo non è tanto CHi, ma COME colui che governa può essere controllato e influenzato dai governati.
      Il problema è che si deve partire dal presupposto che ci sarà sempre un malgoverno… si deve allora capire quali sono i mezzi che ci aiutano a ridurlo.
      E questo è uno: diffusione, informazione vera, attenzione a non divulgare astio, ma volontà di cambiamento.

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